Conferenza delle donne dell’industria: parità salariale, adesso!

Le partecipanti alla Conferenza delle donne dell’industria esortano la politica a rafforzare la legge sulla parità, anziché rendere inefficaci le necessarie analisi salariali (Foto: Unia)
Nell’industria la disparità salariale raggiunge quasi i 1700 franchi. Ciononostante, i politici borghesi vogliono escludere le indennità per il lavoro a turni dall’analisi salariale. In tal modo i risultati di tali analisi verrebbero falsati o abbelliti. Le donne dell’industria esortano la politica a fermare questo progetto.

Dal 2020 le aziende con più di 100 dipendenti sono tenute per legge ad analizzare ogni quattro anni le disparità salariali al loro interno e a comunicare il risultato ai loro azionisti e al personale. Recentemente, un rapporto molto discusso ha dimostrato che non tutti i datori di lavoro rispettano la legge e che è urgente renderla più efficace. È inaccettabile che le aziende inadempienti rimangano impunite e non debbano adottare misure per raggiungere la parità salariale.

«I temi della parità hanno vita difficile in Svizzera. La buona volontà delle singole aziende non basta, servono misure efficaci», afferma l’ex Consigliera federale Simonetta Sommaruga, intervenuta in qualità di relatrice alla Conferenza. Sommaruga ha contribuito in modo determinante all’integrazione delle analisi salariali nella legge sulla parità (LPar).

La disparità salariale è un problema urgente anche nei rami professionali dell’industria

Anche nei rami professionali del settore industria le disparità salariali sono notevoli:

Industria orologiera1169 franchi
Industria chimica e farmaceutica600 franchi
Industria alimentare e del tabacco1119 franchi
Industria tessile e dell’abbigliamento1693 franchi
Industria dei macchinari e degli strumenti1643 franchi

Una mozione parlamentare mira a indebolire le analisi salariali

La mozione del Consigliere nazionale del PLR Peter Schilliger, che verrà dibattuta venerdì prossimo nella Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio degli Stati (CSEC-S), incaricata dell’esame preliminare, mira a indebolire ulteriormente gli strumenti già limitati dell’analisi salariale e a renderli inutilizzabili. Prevede l’esclusione dei supplementi per il lavoro a turni dall’analisi salariale, purché l’azienda fornisca una breve dichiarazione in cui attesti che assegna i supplementi e i servizi di picchetto senza distinzioni di genere.

I supplementi per il lavoro a turni sono una componente normale del salario

All’epoca, nella sua risposta alla mozione, il Consiglio federale aveva sottolineato che le indennità per il lavoro a turni sono una componente del salario e celano un elevato potenziale di discriminazione, ad esempio se sono riservate al personale impiegato a tempo pieno o se sono sistematicamente più basse nelle professioni tipicamente femminili.

Se si escludessero le indennità per il lavoro a turni dall’analisi salariale, il risultato ne risulterebbe falsato e l’analisi non fornirebbe informazioni affidabili sulla parità salariale all’interno dell’azienda. Nel peggiore dei casi il risultato verrebbe abbellito.

Una risoluzione di Unia esorta la commissione a bocciare la mozione

In una risoluzione, le partecipanti alla Conferenza delle donne dell’industria del sindacato Unia hanno invitato i membri della CSEC-S a non dare seguito alla mozione e a respingerla.

«Invece di sprecare energia a trasformare le analisi salariali in uno strumento inefficace, i politici farebbero meglio a impegnarsi per una vera parità. La parità salariale ne è parte integrante», dichiara Corinne Schärrer, responsabile del settore Industria di Unia.